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Inchiesta Dda, l’assessora all’ambiente Monni in Consiglio: “Non saremo mai la Terra dei Fuochi”

Attivato un gruppo di lavoro per disporre azioni di messa in sicurezza sui siti che si rivelassero inquinati. L'esponente di giunta: "I protocolli di intesa non derogano ai procedimenti autorizzatori"

Anche l’assessora Monia Monni, responsabile dell’ambiente nella giunta Giani, ha ricostruito la vicenda che ha portato alla maxi inchiesta della Dda nelle concerie del territorio del comprensorio del Cuoio. Lo ha fatto parlando di ‘ricostruzione complessa’.

“La Toscana – afferma l’assessore – non è la terra del malaffare e della mafia, non è la Terra dei Fuochi, non è un territorio sui cui non c’è controllo e dove tutto è lecito” e continua: “Sia chiaro che questo non equivale in nessun modo a sottacere il rischio, estremamente rilevante, di infiltrazione delle realtà criminali. L’indagine in corso porta alla luce un tentativo gravissimo di aggressione delle mafie al nostro tessuto socio-economico che nessuno di noi deve sottovalutare e che ci dovrà vedere impegnati con sempre maggiore determinazione e risolutezza”.

La premessa “necessaria per non confondere la realtà produttiva del distretto industriale di Santa Croce sull’Arno, così esteso e strategico per la Toscana” l’assessore la chiarisce anche per “precisare” che il suo intervento “non entrerà nel merito di vicende personali ed individuali” sia per rispetto al lavoro della magistratura ma anche degli indagati. “Le ipotesi di reato che riguardano un numero identificato di persone dovranno essere accertate dagli inquirenti. È responsabilità di tutti noi – continua – tenere distinte e separate le vicende personali dal più ampio contesto socio-economico della zona che va invece protetto e difeso”.

Nel ringraziare Arpat e le decine di dipendenti della Regione che “lavorano quotidianamente su temi complessi come quelli che riguardano le autorizzazioni sugli impianti industriali e sui rifiuti”, l’assessore precisa “in termini generali” che “dietro a ogni atto e a ogni autorizzazione c’è sempre un lavoro complesso, articolato, che coinvolge più persone e più competenze. Una coralità e partecipazione plurima che costituiscono un principio importante di trasparenza e anti-corruzione”.

“La Regione – spiega Monni – subentra nelle funzioni provinciali rispetto ad un impianto autorizzato con autorizzazioni settoriali. Lo sottopone prima al procedimento di Valutazione di impatto ambientale e poi lo obbliga a dotarsi di una Autorizzazione integrata ambientale. Durante questo non breve iter gli uffici regionali intervengono più volte per ridurre gli inquinamenti e aumentare i controlli. Ogni attività antropica  determina un impatto sullo stato dell’ambiente. Il tema che si pone, anche nei confronti del depuratore di Aquarno, è regolamentare l’attività per ricondurre la produzione di inquinanti in una chiave di complessiva riduzione e conformità ai limiti imposti dalla normativa nazionale. Ed è questo ciò che si ottiene attraverso le autorizzazioni”.

Riguardo all’emendamento approvato dall’aula il 26 maggio scorso, Monni chiarisce come “non abbia prodotto né produca effetti sul regime autorizzativo visto che con decreto dirigenziale del 29 dicembre si chiude il procedimento e si rilascia, ai sensi della normativa statale, l’autorizzazione integrata ambientale confermando la deroga dei valori di scarico in acque superficiali per le sostanze non pericolose cloruri e solfati”.

Monni entra anche nel merito del tema Keu emerso dalle indagini della Dda e anche qui con una premessa: “Nel distretto conciario toscano i fanghi sono sottoposti da anni a procedimenti differenti di recupero. All’impianto Ecoespanso, di proprietà del Consorzio Aquarno spa, si effettua proprio un processo termico di recupero sia energetico sia materiale da cui si ottiene un granulato denominato Keu. La ratio di tale processo è quella, in termini di economia circolare, di trattare un rifiuto al fine di restituirgli nuova vita impiegandolo in altri processi industriali, come ad esempio l’edilizia”.

“La Regione  attraverso Arpat – spiega – segnala già nel 2018 alcune non conformità rispetto all’autorizzazione”. In particolare, i risultati del test di cessione del Keu effettuate dall’Agenzia evidenziano la “non conformità al recupero diretto in ambiente, avvenuto attraverso un impianto terzo, dove è stato utilizzato per la produzione di agglomerati riciclati destinati soprattutto all’utilizzo come materiale di riempimento, recupero ambientale, sottofondi stradali. La direzione ambiente della Regione si attiva e con decreto del dicembre 2018 dispone il rispetto delle condizioni autorizzative, anche per quanto attiene la gestione dei rifiuti, con l’obbligo in capo ad Acquarno, quale produttore del rifiuto Keu, di effettuare, oltreché la caratterizzazione per accertarne la conformità a smaltimento, anche il test di cessione, essendo possibile, sempre per l’autorizzazione concessa, che lo stesso fosse destinabile a recupero”.

Monni ricorda che ad aprile 2019 Aquarno inoltra un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica chiedendo l’annullamento dell’atto di diffida e “tuttavia Arpat e Regione non fremano la loro attività” ma anzi scrivono al Consorzio specificando che il “Keu, pur rispettando i limiti del test di cessione come da decreto ministeriale, nell’immediatezza e dopo essere stoccato in silos, una volta processato (stoccaggio con esposizione agli agenti atmosferici, frantumazione, miscelazione con rifiuti da demolizione e costruzione ndr) all’interno dell’impianto di recupero Le Rose, determinava il rilascio nell’ambiente di sostanze nocive per l’ambiente e per la salute”. La società è stata quindi invitata al rispetto della diffida del dicembre 2018. Con Pec del 16 aprile 2019, inoltre, la Regione chiarisce al Consorzio che “è tenuto ad effettuare le analisi di caratterizzazione e di conformità del Keu prodotto in base alla sua effettiva destinazione in quanto responsabile non solo della regolarità delle proprie operazioni, ma anche di quelle dei soggetti che precedono o seguono il proprio intervento”. Con decreto di dicembre 2019 di modifica del provvedimento di Aia, si dà atto che fino alla definizione di altre forme di reimpiego, il Keu non può che trovare altra collocazione che in discarica e il protocollo d’intesa siglato a marzo del 2019 tra Regione, Associazione Conciatori e Rea Impianti, impegna l’Associazione di Santa Croce a realizzare nuovi investimenti, per circa 80 milioni, funzionali a superare le criticità contestate, realizzare, dai rifiuti, prodotti qualitativamente migliori, ridurre, fino ad eliminare lo smaltimento in discarica di fanghi di depurazione e di scarti della lavorazione conciaria.

Nelle more della realizzazione di tali interventi, Rea, sulla base di accordi già sottoscritti con l’Associazione Conciatori, metteva a disposizione spazi nella discarica di Scapigliato. Il protocollo d’intesa, chiarisce ancora Monni, “non può essere lo strumento né per modificare il regime autorizzatorio né per derogare i limiti di accettabilità dei rifiuti propri dell’autorizzazione cogente”. Ed è anche sulla base di questo che è possibile affermare, sempre a detta dell’assessore, che “l’intera vicenda è stata presidiata con attenzione dalla Regione e che anzi è stata anche questa attività a contribuire al lavoro degli inquirenti”.

“Gli uffici regionale e Arpat sono e sono stati sempre presenti ma le indagini in corso hanno messo in luce possibili inquinamenti – continua l’assessore – Dopo aver svolto sommari approfondimenti, in accordo con il presidente della giunta, mi sono rivolta al direttore generale dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale per iniziare a disporre tutte le attività utili a tutela della salute dei cittadini e delle matrici ambientali”.

Un primo servizio è stato attivato con il numero verde 800.800.400 a cui è possibile rivolgersi per avere informazioni specifiche per chi ha pozzi lungo la strada regionale empolese 429, dove, secondo gli inquirenti, sono stati utilizzati illegalmente rifiuti speciali. A seguito di ulteriori approfondimenti e in accordo con Giani e i sindaci coinvolti, ad Arpat è stato chiesto di estendere la campagna per il controllo ed il monitoraggio delle acque all’interno di pozzi ad uso domestico a tutte le aree potenzialmente interessate dalla contaminazione. Oltre alle aree limitrofe al lotto 5 SR 429, le altre oggetto di monitoraggio, ricordate da Monni, sono: società agricola I Lecci Peccioli; terreno della ditta Cantieri S.r.l., Crespina Lorenzana; terreno gestito dalla ditta Ecogest Srl, Massarosa; area di cantiere ex Vacis-Galazzo, Pisa; area di cantiere di manutenzione straordinaria SP 26 Delle Colline-Castelfalfi, Montaione; area agricola adiacente all’impianto di Bucine; Green Park, Pontedera; area interna all’aeroporto militare di Pisa.

“Il programma di campionamenti delle acque dei pozzi – spiega – sarà organizzato sulla base delle richieste che perverranno e delle opportune valutazioni tecniche che si renderanno necessarie” .

Il 26 aprile scorso, infine, proprio in considerazione della rilevanza delle questioni, è stato costituito uno specifico gruppo di lavoro per definire un Protocollo di attività su siti e impianti su cui potrebbe ipotizzarsi un inquinamento, e per disporre, qualora necessario, azioni di messa in sicurezza.

“Trasparenza delle informazioni, concretezza dell’azione di controllo e massima determinazione nel rafforzare tutti i presidi di legalità sono le direttrici a cui intendiamo attenerci – aggiunge Monni – Siamo consapevoli che servono istituzioni ancora più coese e forti per proteggere i nostri territori dalle infiltrazioni delle mafie” e afferma decisa: “La Toscana non è e non sarà mai la Terra dei Fuochi. Risponderemo con forza e continueremo a garantire la salute di cittadini e ambiente”.

“Non nego che quando è arrivata la notizia di possibili infiltrazioni mafiose in Toscana ho avuto un momento di sconforto – conclude l’assessore -. Non perché escludessi che potessero esserci, visto che il nostro è un territorio ricco, ma perché sento fortemente il peso della responsabilità di respingere ogni fenomeno del genere”. “Come istituzione abbiamo cercato subito di curare le ferite, stare vicino ai cittadini e farli sentire al sicuro. Abbiamo coinvolto i sindaci e ci siamo messi al loro fianco, per combattere la mafia servono trasparenza e grandissimo impegno” prosegue Monni. Anche al Consiglio regionale chiede  “l’impegno di dare indirizzi chiari alla Giunta e di sostenerne le azioni di conseguenza”. “

La strada intrapresa nel promuovere l’economia circolare e ridurre i rifiuti è stretta e deve portare a un approdo– commenta ancora – e c’è bisogno di impianti che trattino e smaltiscano i rifiuti in prossimità”. “Se pensano di poter mettere le mani sulla Toscana troveranno un muro – conclude – anche voi consiglieri siete davanti a una scelta: o cercare di guadagnare un po’ di visibilità politica oppure scendere in trincea, e in questo caso sarò al vostro fianco”.

 

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