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Inchiesta Dda, Rifondazione zona Cuoio: “Le dimissioni di qualcuno non bastano”

Il partito torna a chiedere un passo indietro alla sindaca Deidda: "Poi servono il ritorno del presidio Arpat, regole certe e la riflessione sull'ambiente"

“Inchiesta Keu, le dimissioni non bastano”. La pensa così Rifondazione Comunista della zona del Cuoio.

“Abbiamo letto con piacere – dicono dal partito – in queste settimane delle dimissioni, seppure tardive, della presidente dell’Associazione conciatori Maila Famiglietti e di quelle che hanno riguardato Aquarno, ma un messaggio deve passare forte e chiaro: dimettersi non basta. Non sono sufficienti le dimissioni delle dirigenze datoriali e imprenditoriali, come non lo saranno quelle, che come Rifondazione Comunista chiediamo fortemente, della parte politica, a cominciare dalla sindaca Giulia Deidda“.

“Le poche prese di posizione sull’inchiesta della magistratura da parte dei sindaci e del Partito Democratico – prosegue la nota – che continua a minimizzare, sottovalutare e cercare di difendere una collusione che prima di essere penalmente perseguibile è soprattutto politica, non bastano. Si narrano i risultati positivi ottenuti nel distretto dal 1974 ad oggi, dimenticandosi che furono ottenuti grazie ad una parte politica che faceva, all’epoca, il suo mestiere, rendendosi portavoce non di ogni desiderata dei conciatori, ma di un territorio che ad un certo punto della sua storia ha chiesto a gran voce depurazioni, controlli, miglioramento della qualità della vita. Non solo lavoro. Un percorso che negli ultimi 30 anni è progredito comunque lentamente e sempre con forti resistenze, con comitati che facevano da contrappeso ai conciatori, con la concertazione ma soprattutto con prescrizioni ed ordinanze emergenziali, senza affrontare mai la situazione nel suo complesso, forse sperando che con il tempo si calmassero le acque e tutto tornasse come prima. Ci si dimentica inoltre che quel ciclo virtuoso, “storico” di cui oggi ci si vanta nel disperato tentativo di farne una foglia di fico, è stato interrotto volutamente tra il 2009 ed il 2011 con lo smantellamento e la declassificazione del presidio Arpat. Eppure in questi giorni, anche di fronte all’evidenza delle criticità ambientali, politiche e anche legali di questo territorio, con l’ombra della ‘ndrangheta a fare da triste cornice a tutte queste vicende, non una parola è stata spesa per chiedere il ritorno delle regole, la fine delle deroghe, una più stretta politica sul fronte delle autorizzazioni ambientali e la fine della “deregulation” di questi anni”.

“Non solo: qualcuno, con un inquietante “silenzio assenso” – prosegue Rifondazione – più o meno colpevolmente vuol far passare il messaggio, ancora una volta, che fare domande, chiedere controlli e regole, “lacci e lacciuoli” per il motore dell’economia del distretto, danneggi il lavoro ed il futuro nel nostro territorio. Lo scoppio di questa inchiesta per noi dimostra invece l’esatto contrario: solo realizzando veramente per “modello sostenibile” che i conciatori promettevano sui loro depliant, fra codici etici e operazioni di “ambientalismo di facciata” noi tutti faremo il bene del distretto e garantiremo il riscatto dei quasi 6mila lavoratori coinvolti. Ripristinare un servizio di controllo territoriale Arpat, con un numero di persone e di strumenti adeguati ad un reale controllo non fittizio, con un monitoraggio più efficiente e in continuo va in quella direzione. Come va in quella direzione la stesura di un piano strutturale di distretto che miri alla salvaguardia del suolo e al recupero delle aree dismesse, evitando nuovi insediamenti conciari e processi produttivi più impattanti sull’ambiente. Il tutto con la massima partecipazione e trasparenza”.

“L’inchiesta Keu, infatti, oltre a rendere evidente l’esistenza di un articolato sistema politico-imprenditoriale-mafioso nella nostra Regione – conclude Rifondazione – mette a nudo la necessità da parte delle stazioni appaltanti pubbliche di dotarsi di regole più stringenti e di strumenti più efficaci per i controlli. Parliamo, innanzitutto, di un serio sistema di tracciamento di questi materiali che, come le tante inchieste di questi anni hanno messo in luce, rappresentano sempre più una vera e propria merce che viene posta, in forme illegali ma anche legali, sul mercato. Riflessioni che sono doverose anche alla luce del dibattito regionale, latente da tempo ma riaccesosi recentemente, sul futuro dello smaltimento in Toscana, in un momento storico in cui tanti siti di stoccaggio stanno giungendo a fine vita”.

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