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Viaggio nei luoghi pisani di Dante a 700 anni dalla morte

Tra i peccatori per redimersi verso l’amata Beatrice: il percorso di Dante sa restituire anche il paesaggio e la civiltà della Pisa medievale

È l’anno di Dante, il poeta del viaggio in endecasillabi fra gli abissi dei dannati e i cieli dei beati, che con i suoi versi ha attraversato credenze, menti e città. A 700 anni dalla sua morte, in molti ricordano i luoghi della Commedia, manifesto letterario della lingua nazionale, che grazie alla sua poesia sono sopravvissuti nel tempo. Da Pisa a San Miniato, passando per Vicopisano e dritti alla foce dell’Arno, non mancano i riferimenti alla provincia nella cantica dell’Inferno dove il sommo poeta, guidato da Virgilio, incontra la sofferenza dei peccatori per redimersi verso l’amata Beatrice.

Sarebbe la storia di un amore non corrisposto quello fra Dante e la città di Pisa, il cui ultimo capitolo però non riserba rancore al poeta e anzi gli intitola la grande piazza medievale di Santa Maria, sulla sponda destra del Lungarno, dove si affacciano la facoltà di Giurisprudenza e la biblioteca universitaria. Città dal marchio ghibellino, tranne che per il conte Ugolino, il poeta mentre scriveva La Commedia mica se lo immaginava che avrebbe abitato proprio lì, sotto la protezione dell’imperatore, dedicandosi al De Monarchia.

Ahi Pisa, vituperio de le genti del bel paese là dove ‘l sì suona
poi che i vicini a te punir son lenti
muovasi la Capraia e la Gorgona
e faccian siepe ad Arno in su la foce
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

Siamo nell’Inferno, trentatreesimo canto: i traditori. Fra loro proprio il conte Ugolino della Gherardesca, il ghibellino che parteggiò i Guelfi, acerrimi nemici di Firenze e che fu accusato di tradimento nella disfatta della Meloria contro la repubblica di Genova. Tra i prigionieri pisani anche quel Rustichello che scrisse per conto di Marco Polo Il Milione nelle prigioni genovesi. Il conte fu rinchiuso con la sua famiglia nella torre delle Muda dove fu costretto a veder morire di fame i propri figli e nipoti. L‘antica roccaforte medioevale insisteva sulla parte sinistra del palazzo dell’Orologio, dove è anche presente una lapide che ne ricorda il triste episodio: si vede ancora il contorno di pietra della torre a sinistra dell’arco centrale, da cui si notano i resti di una parete dell’antico edificio. La parte destra dell’edificio invece era il Palazzo del Capitano del popolo. Attualmente ospita la biblioteca della Scuola Normale Superiore.

La rocca di San Miniato, affresco di palazzo pretorio
rocca di san miniato affresco

Proseguendo nel cammino, si arriva a San Miniato, 13esimo canto, il girone dei suicidi: “Io son colui che tenni ambo le chiavi del Cor di Federigo […]”. Si riferisce a Pier delle Vigne, giurista e rimatore in lingua volgare, nonché fedele consigliere dell’imperatore Federico II. Accusato di tradimento, venne imprigionato nella Rocca ‘tedesca’, chiamata così perché appartenente alla fazione ghibellina. In seguitò si suicidò, non si sa se sbattendo violentemente la testa sulle pareti della cella o gettandosi dall’alto della rocca stessa. La torre di Matilda è l’unico edifico rimasta in vita dell’antica fortezza, ma una testimonianza dell’intera costruzione si trova ritratta in alcuni dipinti esposti ai musei Vaticani a Roma.

Fuori da Pisa, c’è poi la rocca di Caprona, citata nel 21esimo canto dell’Inferno dove il contrappasso colpisce i barattieri, ovvero gli imbroglioni che arraffavano denaro sottobanco o ottenevano altri vantaggi con la frode. Così vid’io già temer li fanti / ch’uscivan patteggiati di Caprona / vegendo sé tra nemici cotanti. I versi che rievocano l’assedio dei fiorentini nella battaglia del 1289 contro Vicopisano. Battaglia a cui prese parte anche Dante schierato con Nino Visconti. Sullo sperone roccioso spicca anche la torre degli Upezzinghi, copia ottocentescadella torre dell’antico castello esistente alla metà dell’undicesimo secolo, anch’esso citato da Dante e smantellato da Firenze nel 1433.

Infine, dove l’Arno va a morire, a Marina di Pisa, si trova un bellissimo panorama circondato dai profili del monte Pisano e delle Alpi Apuane: “E faccian siepe ad Arno in su la foce”.

Un viaggio lontano, ma rimasto vicino, che merita di essere ripercorso in ricordo dell’opera letteraria che ha reso immortali i suoi luoghi.

Rebecca Del Carlo

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