Il caso
Il Mostro di Firenze e gli anni delle coppiette: la mia idea sull’innocenza di Pacciani e dei compagni di merende
16 vittime, coppie isolate, spari, coltellate e talvolta mutilazioni
Firenze, fine anni Sessanta. La città e la sua provincia vengono scosse dal primo di una lunga serie di duplici omicidi che sarebbero rimasti impressi nella memoria collettiva come i delitti delle “coppiette”.
Il 21 agosto 1968, a Castelletti di Signa, Barbara Locci, 32 anni, e Antonio Lo Bianco, 29, vengono uccisi nella loro auto. Sul sedile posteriore dormiva il figlio di Barbara,Natalino Mele di sei anni, testimone involontario di un atto di violenza che avrebbe cambiato per sempre la percezione della sicurezza in Toscana. Solo anni dopo, quando le indagini cominciarono a intrecciarsi con altri delitti analoghi, questo episodio fu considerato il primo tassello di un mosaico drammatico che avrebbe attraversato quasi due decenni.
L’orrore si ripete nel settembre del 1974 a Borgo San Lorenzo, con la morte di Pasquale Gentilcore, 19 anni, e Stefania Pettini, 18, uccisi in località Rabatta (Vicchio del Mugello ). La dinamica è inquietantemente simile al caso precedente, segno che un serial killer o una rete criminale agiva tra le colline fiorentine. Gli anni successivi confermano la brutalità e la continuità della violenza. Il 6 giugno 1981, Giovanni Foggi, 30 anni, e Carmela De Nuccio, 21, vengono assassinati a Mosciano di Scandicci. Poi, il 22 ottobre dello stesso anno, è la volta di Stefano Baldi, 26 anni, e Susanna Cambi, 24, a Travalle di Calenzano Firenze. Le modalità dell’omicidio, le armi utilizzate e i dettagli della scena del crimine suggeriscono uno schema ricorrente, una firma che gli inquirenti faticano a interpretare. Il 19 giugno 1982, nel Mugello, la coppia formata da Paolo Mainardi, 22 anni, e Antonella Migliorini, 20, subisce la stessa sorte. Nel settembre 1983 a Giogoli, Firenze, due giovani tedeschi, Wilhelm Friedrich Horst Meyer e Jens‑Uwe Rüsch, 24 anni, vengono uccisi, confermando che il terrore non conosce confini. Ancora una volta, le modalità di esecuzione rivelano una crudeltà crescente, e le vittime diventano numeri in una sequenza di sangue che la città non dimenticherà. Tra luglio 1984 e settembre 1985 si susseguono gli ultimi duplici omicidi attribuiti al Mostro di Firenze: Claudio Stefanacci e Pia Gilda Rontini, uccisi a Vicchio, e infine Jean‑Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot, coppia francese assassinata a Scopeti mentre campeggiava. Il modus operandi rimane costante: coppie isolate, spari, coltellate e talvolta mutilazioni, segnali che indicano la continuità della stessa mano o dello stesso gruppo.
Negli anni Novanta, il contadino Pietro Pacciani diventa il volto più noto del caso, insieme ai cosiddetti “compagni di merende”, tra cui Mario Vanni, il postino, e Giancarlo Lotti. Pacciani viene condannato in primo grado e poi assolto in appello; muore nel 1998 prima di essere giudicato definitivamente. Vanni è stato condannato in via definitiva all’ergastolo per parte dei delitti, mentre Lotti è stato condannato sulla base di confessioni discusse e prove molto dibattute.
Io, che quegli anni li ho vissuti come fiorentina, e studentessa di Giurisprudenza, ho un’idea precisa: Pacciani, Vanni, Lotti e gli altri non meritavano di essere trasformati in mostri. La mia convinzione sull’innocenza di questi uomini non è una teoria: è la constatazione di quanto le prove fossero incomplete e quanto la pressione mediatica e la paura collettiva abbiano deformato la realtà dei fatti.
Il Mostro di Firenze rimane, oggi come allora, un mistero parzialmente irrisolto. Sedici vite spezzate, un’intera provincia terrorizzata, un caso diventato nazionale, su tutte le prime pagine degli allora giornali, e una serie di sospettati che, nella mia esperienza e convinzione, furono travolti ingiustamente da una storia troppo grande per loro. La cronaca non dimentica, ma la giustizia dovrebbe ricordare che senza prove certe, la colpevolezza resta un’ombra, e l’innocenza merita sempre di essere proclamata.


