Tappa a Mosca e San Pietroburgo
C’è un tempo che ormai sembra lontano, ma che appartiene a un passato recente, quando si poteva ancora partire da Firenze, salire su un treno con una valigia e un sogno, e attraversare l’Europa fino a raggiungere la Russia. Io lo feci da sola, spinta da un desiderio ostinato di scoprire Mosca, la Siberia e San Pietroburgo non con la fretta di un aereo, ma con la lentezza dei binari, dei paesaggi che scorrono, dei volti incontrati lungo la strada. Oggi quel viaggio sarebbe impossibile con la stessa leggerezza, eppure nella memoria resta intatto, con tutta la sua forza e la sua bellezza.
Partii da Santa Maria Novella con il cuore in tumulto. All’inizio, il viaggio aveva il sapore dell’Europa familiare: Verona, Monaco, stazioni ordinate e precise, convogli che arrivavano puntuali, annunci scanditi in lingue conosciute. Poi Varsavia, e già l’atmosfera cambiava: le architetture severe, i chioschi che profumavano di pierogi e zuppe calde, la sensazione di avvicinarsi a un mondo diverso. Ogni cambio treno era un piccolo rito di passaggio, con valigie da trascinare, controlli da superare, facce nuove da osservare. Viaggiare sola mi dava insieme libertà e vertigine: ero solo io, con la mia valigia, i miei appunti e la voglia di andare sempre più a est.
L’arrivo a Mosca fu un tuffo nel cuore della Russia. La prima volta che mi ritrovai nella Piazza Rossa restai senza parole: le cupole colorate di San Basilio brillavano come in una fiaba, mentre il Cremlino si stagliava severo, imponente, custode di secoli di storia. Il Mausoleo di Lenin, con la fila silenziosa dei visitatori, era un richiamo al passato che ancora pesava. Ma la vera scoperta fu la metropolitana: scendendo nelle viscere della città, mi ritrovai in stazioni che sembravano palazzi da sogno, con lampadari, marmi, mosaici dorati. Viaggiare in metro a Mosca è un’esperienza estetica, oltre che pratica. Ricordo un controllore che mi vide osservare meravigliata gli affreschi: si avvicinò, burbero, per chiedermi il biglietto. Poi, notando il mio sguardo incantato, mi sorrise appena e mi disse poche parole in russo, indicando il soffitto come per dire: “Sì, è bello, vero?”. Quel piccolo gesto mi fece sentire accolta.
Passeggiando lungo la via Arbat scoprii un’anima diversa della capitale: artisti che dipingevano all’aperto, violinisti che suonavano sotto i portici, giovani che ridevano bevendo birra. Al mercato di Izmailovo, tra bancarelle colorate, vidi montagne di matrioske, pile di cappelli di pelliccia, samovar antichi, vecchi cimeli sovietici. Una donna anziana, notando che ero straniera, mi regalò una piccola spilla rossa con falce e martello: “Souvenir”, disse sorridendo. Lo conservo ancora, come segno di un incontro inatteso.
E poi la Tret’jakov: sale immense dove ogni quadro sembrava raccontare un pezzo d’anima della Russia. Davanti al “Burlaki sul Volga” di Repin rimasi a lungo: quegli uomini piegati dallo sforzo, eppure dignitosi, mi sembravano il simbolo di un popolo capace di resistere a tutto.
Lasciata Mosca, la vera avventura cominciò sulla Transiberiana. Salire su quel treno era come entrare in un tempo diverso. Le giornate si dilatavano, i paesaggi scorrevano senza fine: foreste di betulle bianche come fantasmi, fiumi maestosi, steppe infinite, villaggi di legno con finestre intagliate e bambini che correvano a salutare il passaggio del treno.
In carrozza, il ritmo della vita si adattava al treno. C’era il samovar sempre acceso, l’acqua bollente per il tè, i bicchieri di vetro infilati nei portabicchieri di metallo. Viaggiavo sola, e forse per questo gli altri passeggeri mi guardavano con curiosità e simpatia. Una sera, un controllore alto e severo bussò alla mia cuccetta: temetti di aver sbagliato qualcosa, invece mi porse un piccolo pacchetto. Dentro c’erano biscotti secchi e una mela. “Dalla signora del vagone accanto”, disse in un inglese stentato. Quella signora, un’anziana che non parlava una parola di italiano, mi aveva vista viaggiare sola e aveva deciso che non dovevo restare senza compagnia né senza cibo.
Ogni fermata era un piccolo mondo. Scendendo sul marciapiede gelato, trovavo donne che vendevano pirozhki caldi, pesce affumicato, bacche rosse in sacchetti di plastica. Una volta una bambina, non più di dieci anni, mi offrì un rametto di ribes, ridendo. Le detti in cambio una moneta italiana: lo prese come se fosse un tesoro. Quei momenti valevano quanto mille musei.
Le notti sul treno erano magiche. Il rumore regolare delle rotaie diventava una ninna nanna, le luci soffuse trasformavano la carrozza in un rifugio. Guardavo dal finestrino e vedevo solo buio, ma sapevo che là fuori c’era la taiga, immensa, silenziosa, eterna. Dormivo cullata da quella vastità.
Quando arrivai a San Pietroburgo, mi sembrò di essere rientrata in Europa. La città degli zar mi accolse con i suoi canali, i palazzi eleganti, le notti bianche che non lasciavano mai calare del tutto il buio. All’Ermitage mi persi tra sale dorate e opere immortali, incapace di decidere cosa guardare per primo. Camminando lungo la prospettiva Nevskij respiravo la leggerezza di una città che era insieme imperiale e fragile. Una sera, ferma sul ponte Aničkov, guardai la Neva scorrere lenta e luminosa: mi sembrava di aver attraversato un mondo intero per arrivare lì, e in effetti era proprio così.
Ripensando oggi a quel viaggio, sento una nostalgia che si mescola alla gratitudine. Viaggiare sola mi ha reso più forte, più attenta, più disponibile agli incontri. Quel viaggio appartiene a un tempo “prima della guerra”, un tempo in cui i treni univano e non dividevano, in cui gli sconosciuti potevano regalarti un biscotto, un sorriso, una spilla rossa. Oggi so che quei binari non sono più percorribili con la stessa libertà, ma restano vivi nella memoria.
Da Firenze alla Siberia in treno non fu solo un percorso geografico, ma un attraversamento interiore. È stato un romanzo vero, scritto nei chilometri, nei volti incontrati, nei gesti gentili. E oggi, mentre il presente ci mostra un mondo fratturato, custodisco quel ricordo come si custodisce un segreto prezioso: la prova che, un tempo, era ancora possibile sentirsi parte di un’umanità comune, binario dopo binario, incontro dopo incontro.






