I viaggi di una volta...
|In treno a Parigi, la mia avventura in solitudine
Tra la magia di Montmartre e la Senna
Avevo ventinove anni e una certezza: viaggiare da sola era il mio modo di essere felice. Non una fuga, non una sfida. Semplicemente libertà. E in quel gennaio del 1988, pungente di gelo e promesse, decisi di regalarla a me stessa sotto forma di città: Parigi. Presi un treno notturno, come si usava allora. Nessuna fretta, nessuna distrazione: solo il battito regolare delle rotaie e i pensieri che correvano più veloci dei chilometri. Dormii poco, quasi niente. Ma al mattino, quando arrivai, il cuore era sveglio come non mai.
Il mio B&B era a Montmartre, un piccolo nido uscito da un romanzo: persiane colorate, tappezzerie a fiori, silenzio discreto. Mi accolse Madame Camipelle, foulard annodato con eleganza e uno sguardo che sapeva ascoltare senza domandare. “Prenez la ville doucement”, mi disse. Prenda la città con dolcezza. Così feci. Passeggiai tra gli artisti di Place du Tertre, immersa nel profumo di caffè e colori freschi di pennello. Due pittori mi fermarono e mi regalarono ciascuno un ritratto. Non li ho mai buttati: in quelle immagini c’è una me che solo Parigi ha saputo rivelare. Al Sacré-Cœur salii lentamente. Mi sedetti sui gradini, lasciando che la città si aprisse davanti a me. Parigi, al mattino, è come una canzone senza parole: intensa, segreta, impossibile da dimenticare.
Alla Tour Eiffel non presi subito l’ascensore. Volevo sentirla. Gradino dopo gradino, col fiato corto e il cuore largo, Parigi si abbassava ai miei piedi e io mi alzavo insieme a lei. Solo l’ultimo tratto lo feci in ascensore, per guardarla dall’alto, con il vento sul viso e gli occhi lucidi. Non di commozione, ma di verità. Navigai sulla Senna, avvolta nel cappotto, lasciando che Notre-Dame, i ponti e i palazzi si specchiassero nell’acqua. Li avevo visti nei libri, ma mai sentiti così vivi. Al Louvre non cercai nulla in particolare. Mi persi. Trovai una sala vuota, un quadro che mi rapì, e restai lì, immobile, piccola ma esattamente al mio posto. All’Arco di Trionfo arrivai a piedi. Niente foto, niente pose. Solo io, in silenzio, a testa in su.
Alle Galeries Lafayette entrai per curiosità e uscii con un paio di guanti in pelle nera e, con un sorriso complice, un paio di calze autoreggenti. Sexy, sì. Perché no? Quella sera le indossai sotto un abito semplice. Nessuno lo sapeva, tranne me. E quella segreta alleanza con me stessa mi fece sentire invincibile. Ogni sera cenavo in un bistrot diverso. Sempre sola, sempre felice. Soupe à l’oignon, boeuf bourguignon, vini rossi profondi. E lo sguardo sorpreso dei camerieri, che invariabilmente chiedevano: “Seule?” Oui, seule. E mai così bene accompagnata.
Nel 2002 tornai a Parigi. Sempre in treno. Stesso B&B. Ma questa volta non ero sola: c’era mia figlia, con gli occhi pieni di domande e le gambe impazienti di correre. La guardavo camminare sui ciottoli dove avevo lasciato le mie prime impronte da viaggiatrice. Dormivamo nella stessa stanza dei miei sogni di allora. Madame Camipelle era ancora lì, più lenta, ma con lo stesso sorriso sottile. Le mostrai Montmartre, il Sacré-Cœur, le luci della Senna. Salimmo insieme sulla Tour Eiffel, mano nella mano, tutta in ascensore. E poi Euro Disney, che nel 1988 non esisteva: per lei fu incanto puro, per me un’altra forma di meraviglia – vedere Parigi nei suoi occhi.
Amo Parigi. Ma ancora di più amo l’idea di tornarci, ogni volta diversa, ogni volta nuova. Ogni tanto apro il cassetto dove conservo i ritratti, i guanti e quelle calze (che non indosso più, ma non ho mai buttato). Perché Parigi, per me, non è una città: è un posto dentro. È il luogo dove sono stata profondamente me stessa e dove, anni dopo, ho potuto ritrovare quella stessa me attraverso lo sguardo di mia figlia. Ci tornerò ancora? Non lo so. Ma so che Parigi non finisce


