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Quel Senegal che parla toscano, lo studio a Santa Croce foto

Hanno trascorso un anno in due località del Senegal, a Louga e Thies dove “tanti conoscono Santa Croce” e c’è persino chi, se deve parlase con italiani “salta fuori la calata toscana fra ex migranti ritornati a casa”. A raccontare la migrazione in uno studio per la cooperazione internazionale è stata la la fucecchiese Silvia Lami, reduce da una doppia esperienza nel paese nordafricano, iniziato con un servizio civile internazionale e poi sfociato in quest’analisi progettuale dal titolo “Conoscere l’emigrazione”, portato avanti con il contributo dei comuni di Santa Croce sull’Arno, Lucca, Capannori oltre che da Anci Toscana, Funzionari senza frontiere e la ong Lvia.

“Uno studio importante, a cominciare dal fatto che a portarlo avanti è una giovane donna e pure santacrocese d’origine” dicono la sindaca Giulia Deidda e l’assessora alla coesione sociale e associazionismo Carla Zucchi. “Un modo differente per affrontare un tema come quello dell’immigrazione che troppo spesso come amministratori ci troviamo ad vivere  nel ‘qui’ ed ‘ora’, mai nello studio approfondito di cause ed effetti, che possono essere il punto di partenza per un sostegno internazionale fatto meglio e mirato alle reali necessità”. Uno studio per molti versi all’avanguardia, che per la prima volta cerca di creare un ponte fra paesi attraverso la conoscenza attiva delle comunità migranti sul nostro territorio nazionale, al fine anche di capire approfonditamente alcune dinamiche culturali, sociali, economiche e politiche legate inevitabilmente al fenomeno migratorio. Un modo per indagare le motivazioni che spingono ad andare via dal paese, cercando anche di individuare eventuali opportunità di cooperazione che potessero svilupparsi con il coinvolgimento delle associazioni migranti. Proprio per questi motivi si è partiti da regioni come Louga, da cui, ad esempio, provengono (dati del 2014) 184 cittadini senegalesi oggi residenti a Santa Croce (su un totale di 995) o da Thies, patria di 88 cittadini del distretto del cuoio. Regioni che ovviamente sono state scandagliate in alcune piccole realtà: Niomré, Ndijpp, Niass, Djender.

Immigrazione e sviluppo locale

“Nomi che forse dicono poco agli italiani, ma dove l’Italia e la Toscana sono assai conosciute” spiegano Silvia Lami insieme ad Adama Gueye. “Si scopre ad esempio che a Niomré, villaggio di 11mila abitanti, oltre mille sono emigrati all’estero e di questi 17 sono proprio a Santa Croce, e siamo entrati pian piano in dinamiche culturali che molto hanno da dirci sulle contraddizioni di questo paese ma anche del nostro, come del sistema della cooperazione internazionale. La migrazione in questi paesi è ormai una tradizione e in ogni famiglia c’è almeno una persona emigrata in Europa. Le rimesse fungono da regolatore e spesso i migranti si sono uniti in associazioni nate con lo scopo di favorire lo sviluppo locale. Il risultato è che spesso dietro ad ogni persona che è qua in Italia stanno anche dieci persone laggiù che hanno modo di avere un sostegno”. E ci sono spesso interi piccoli villaggi che poggiano su questa realtà. “Ndijpp Niass, nella regione di Louga e nel comune di Sagatta, ad esempio, è un villaggio di 549 abitanti dove 43 sono all’estero e 40 sono a Santa Croce” racconta Silvia. 

Un paese in espansione accelerata

“I problemi sono tanti, a cominciare dall’acqua, che non in tutti i luoghi è disponibile” racconta Silvia. “Gran parte del paese ha un problema legato ad un acqua ad elevata salinità. In molti comuni i pochi pozzi presenti sono privati e l’acqua costa troppo per utilizzarla in agricoltura. Al contempo il paese è povero e, se pure in espansione demografica ed edilizia, specie nella zona di Dakar, ci si trova di fronte a contraddizione tipiche di paesi in via di sviluppo: si hanno i cellulari e gli apparecchi tecnologici ma ci si deve ingegnare per ricaricarli, anche dove non c’è rete elettrica. Si hanno pozzi ma non i mezzi per emungerli, mezzi per il soccorso, ambulanze mandate dagli aiuti umanitari, ma che non si sa come far andare. La situazione è complessa. E quindi i paesi, specie i piccoli paesi agricoli affrontano problemi che più che altro hanno a che fare con la mancanza di mezzi, non di iniziativa. Nel sud, ad esempio, si producono i manghi più buoni del paese, ma non esiste un’industria in grado di trasformarli o conservarli. Il risultato è che li si deve vendere tutti nel periodo di maturazione, a prezzi bassissimi, buttando il 40% del raccolto. Situazioni simili si realizzano in altri luoghi, dove invece, ad esempio, l’eccessivo sfruttamento dei terreni per produrre sempre la stessa cosa, all’epoca coloniale, ha impoverito i terreni e non si sa come recuperarli. Altro grande problema, poi, sono i rifiuti. Anche per questo, in futuro, il rapporto con la Toscana potrebbe essere utile per elaborare progetti che abbiano al centro la sostenibilità ambientale e la gestione dei rifiuti urbani”.

Le contraddizioni del ritorno a casa

“La dipendenza di molte realtà dall’emigrazione infine genera alcune ‘storture’ anche culturali, che in qualche modo possono colpire sia coloro che vogliono partire, sia coloro che invece vorrebbero tornare in Senegal: i soldi fatti in occidente, ad esempio, sono spesso considerati facili, specie dai più giovani che hanno parenti in Europa, ma questo deriva semplicemente dal fatto che chi emigra in poco tempo può acquistarsi una macchina, una casa, da mangiare e tante cose che in Senegal non si possono guadagnare in così poco”. Con tutti i paradossi del caso. “Sono molti coloro che, dopo un periodo all’estero, rientrano, e le aspettative da parte della comunità spesso sono altissime. Esattamente come avveniva decenni fa per chi partiva dall’Italia per l’America ed altri luoghi: un’azienda messa su da un emigrato che torna, non può che andare bene, se torni vuol dire che hai fatto fortuna ecc…queste aspettative finiscono per alimentare un immaginario che solo recentemente ha cominciato a ridimensionarsi”. Con tutti i paradossi anche giuridici del caso. “Tanti ragazzi provano a studiare a Dakar, con l’idea di provare a restare, ma è ovvio che a 20 anni se vedi che non ci sono prospettive provi ad andartene, anche se hai studiato” spiega “questo fortificarsi e chiudersi dell’Europa ai confini, paradossalmente, accresce nei giovani l’idea di andare in questo continente che molti vedono come pieno di possibilità illimitate. E al tempo stesso, chi lo ha conosciuto, chi c’è stato a lavorare e ha visto che non è tutto come ci si immaginava, o magari dopo tanti anni può permettersi di tornare, magari non ha i mezzi fiscali e giuridici al fine di portarsi via i contributi versati in tanti anni passati in Toscana: se sa via, perde la pensione, e quindi si ritrova costretto a restare”.

Una riceca in continuo

“Abbiamo colto delle criticità che ci saranno utili” spiega “E’ stato possibile incontrare e confrontarsi con migranti che hanno visuto a lungo in Europa e sono tornati per avviare piccole imprese. Migranti circolari, che trascorrono ogni anno alcuni mesi in Italia o che vivono stabilmente laggiù. Da tutto questo sono nati notevoli spunti che saranno molto utili per le future sinergie da creare e progetti da strutturare”. 

Nilo Di Modica

 

 

 

 

 

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