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Non paga, con lo sfratto resta in casa: ha obbligo di dimora

Ci sono voluti oltre due anni, otto tentativi con l’ufficiale giudiziario e le forze dell’ordine, nonostante un’ordinanza di sfratto emessa dal tribunale di Pisa, perché il proprietario di una casa di Santa Maria a Monte potesse riuscire a rientrare in possesso dell’immobile. Il tutto perché l’inquilino insolvente da anni era anche destinatario di una condanna penale in primo grado e quindi soggetto a una misura restrittiva della libertà personale che ha rischiato di diventare il cavillo per non dare esecuzione al dispositivo del tribunale civile. Alla fine, però, dopo innumerevoli tentativi, l’avvocato Anna Vassallo di Castelfranco di Sotto è riuscita a veder riconosciuto il diritto del proprietario di casa di rientrare in possesso dell’immobile proprio ieri mattina 6 luglio.

La battaglia ingaggiata dall’avvocato Vassallo non è una storia di mala giustizia, né tanto meno di lassismo da parte dei giudici e delle forze dell’ordine, ma una vicenda di giustizia difficile da applicare per un corpus, quello italiano, nelle cui pieghe alle volte si intrecciano vari rami del diritto che possono addirittura collidere e può accadere anche che la finalità di difesa sociale, perseguita in questo caso attraverso l’applicazione di una misura cautelare emessa del giudice penale, vada a scontrarsi con il diritto costituzionalmente garantito di proprietà, perseguito dall’ordinanza esecutiva di sfratto per morosità emessa dal giudice civile, generando negli operatori della legge una situazione di stallo e incertezza dove è oggettivamente difficile capire quale sia il provvedimento “prevalente” che debba trovare applicazione. Ma andiamo con ordine, cercando di raccontare la vicenda nei suoi passaggi salienti.
Tutto comincia quando un cittadino del Comprensorio del Cuoio, proprietario di un immobile di pregio, come si dice nel mercato immobiliare, che si trova a Santa Maria a Monte, lo affitta ammobiliato a uno straniero. I primi tempi tutto sembra andare liscio, poi l’inquilino comincia a non pagare più l’affitto e dopo circa un anno di solleciti bonari, il proprietario si rivolge al proprio legale, per chiedere formalmente che la casa venga liberata. Nel frattempo però l’inquilino finisce in una vicenda giudiziaria, in cui prima è indagato, poi imputato e alla fine condannato dal Tribunale di Firenze. Il gip del tribunale di Firenze ha emesso nei confronti dello straniero la misura dell’obbligo di dimora con la prescrizione del rientro presso la propria abitazione entro le 20 di ogni giorno. Questi i passaggi della vicenda penale dell’inquilino. Negli stessi mesi però l’avvocato del padrone di casa aveva messo in moto la macchina della giustizia civile per la morosità e alla fine si arriva ad un pronunciamento del tribunale civile di Pisa che emetteva un’ordinanza di sfratto esecutiva, nei confronti di un cittadino straniero gravato da una condanna e da una misura restrittiva della libertà personale da scontare nel comune di residenza e presso l’abitazione oggetto di sfratto. E qui nasce il conflitto tra due provvedimenti emessi da due giudici diversi: da un lato c’è un’ordinanza di misura cautelare emessa del tribunale penale e dall’altro c’è un’ordinanza del tribunale civile. Si innesca la conflittualità i due ‘diritti’: da un lato c’è il diritto costituzionale di proprietà del padrone di casa di veder rilasciato il proprio immobile, sacrificato tuttavia in questo caso dall’esigenza cautelare di assicurare un più efficace controllo sul condannato. Le forze dell’ordine giustamente si sono trovate nella difficoltà di dover garantire l’applicazione di due provvedimenti emessi da due giudici diversi.
Per venire a capo di questa situazione sono serviti due anni, l’avvocato Vassallo si è dovuta presentare per ben otto volte con l’ufficiale giudiziario alla porta dell’inquilino per cercare di far eseguire l’ordinanza di sfratto in cui il giudice del tribunale civile di Pisa ordinava a tutti gli ufficiali giudiziari, al pubblico ministero e a tutti gli ufficiali delle forze dell’ordine di eseguire lo sfratto.
Ma ad ogni accesso con l’ufficiale giudiziario e le forze di polizia lo straniero ha sempre riferito di non avere un immobile dove trasferirsi e quindi dove poter scontare la misura cautelare, paralizzando in tal modo l’esecuzione dell’ordinanza del giudice civile, dovendo i militari garantire al contempo l’applicazione della misura cautelare, con inevitabile pregiudizio per il povero proprietario.
Per ben otto volte infatti l’avvocato è stato costretto a tornare sui propri passi senza ottenere la liberazione dell’immobile. Nel frattempo l’avvocato del proprietario ha anche presentato un’istanza, nell’interesse del proprietario stesso, di modifica della misura cautelare davanti alla corte di Appello di Firenze, visto che l’inquilino per le sue vicende penali attraverso i suoi legali aveva presentato ricorso al secondo grado di giudizio, ma qui, ironia della sorte, il giudice della corte d’Appello di Firenze ha dichiarato inammissibile l’istanza formulata dal legale del proprietario dell’immobile perché soggetto non legittimato. Tuttavia la Corte ha osservato che l’obbligo di dimora con prescrizione di permanenza notturna presso l’abitazione non è ostativa all’esecuzione dello sfratto, essendo in ogni caso onere dell’imputato indicare un’abitazione anche diversa secondo le prescrizioni previste dal codice di procedura penale.
Alla fine, dopo questi otto tentativi e oltre due anni di attesa e spese legali grazie alla tenacia dell’avvocato Vassallo che ha segnalato la questione a tutte le autorità locali, il padrone di casa si è visto finalmente riconoscere il diritto di riavere il proprio immobile libero e l’inquilino si è trasferito altrove. “L’avvocato riveste un’importante funzione sociale – spiega Anna Vassallo- ed insieme a tutti gli operatori del diritto abbiamo il dovere di garantire il rispetto dei diritti fondamentali del cittadino”.
Una vicenda assai paradossale dove non c’è da rintracciare un colpevole o un negligente, ma solo un problema, se proprio si vuole, di interpretazione del diritto e difficoltà di applicazione. Un paradosso nel quale però per due anni il diritto di proprietà è stato sacrificato per cedere il passo alle esigenze di giustizia sociale. “In passato si sono registrati casi simili – dice ancora Vassallo – e sono stati risolti in modo diverso dai vari Tribunali italiani, alcuni giudici hanno addirittura sostituito la misura meno afflittiva, degli arresti domiciliari o dell’obbligo di dimora, con l’applicazione della custodia cautelare in carcere. Qui si era venuto a creare un empasse, ma alla fine, con l’impegno di tutti, ufficiali giudiziari e forze dell’ordine tutto è stato finalmente risolto, questo però dimostra come alle volte un’interpretazione, se pur legittima, della legge possa creare delle situazioni difficili per la vita dei cittadini”.

 

Gabriele Mori

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