Liliana Segre è cittadina onoraria di Montopoli Valdarno

“Si chiede e si vuole che d’ora in avanti Liliana Segre sia cittadina onoraria di Montopoli in Val D’Arno. Il gruppo chiede altresì a tutti i membri del consiglio comunale di votare all’unanimità la mozione, lanciando un messaggio forte contro i rigurgiti di discriminazione e odio”. Così la senatrice Liliana Segre è cittadina onoraria di Montopoli, dopo il voto del consiglio comunale riunito in seduta ordinaria il 28 novembre scorso.

“Sono molto felice di questo”, ha detto la capogruppo di maggioranza Licia Ventavoli. L’iniziativa è infatti del gruppo di maggioranza, che “Interpretando – ha spiegato il consigliere Paolo Moretti – anche i sentimenti generali della cittadinanza, intende testimoniare l’apprezzamento per l’attività della signora Liliana Segre, assegnandole l’onorificenza della cittadinanza onoraria. I motivi di questo riconoscimento sono tutti nei fatti della storia, dal binario 21 ai giorni nostri. Liliana Segre si distingue per alti meriti nei campi del sapere, della convivenza e della solidarietà umana. Da qui l’idea di conferirle il riconoscimento e suggellare ufficialmente questa benemerenza”.
Segre, 89 anni compiuti a settembre, è reduce dai campi di sterminio “e viene definita ‘tesoro nazionale’, è una donna sopravvissuta all’Olocausto ed è stata nominata, nel gennaio del 2018 Senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Quando Sergio Mattarella la nominò, portandola sotto i riflettori d’Italia, fu facile vedere un messaggio nella decisione del presidente: onorare una donna che lavorava per sconfiggere ogni intolleranza, in un’Italia dove il clima da campagna elettorale permanente alzava di giorno in giorno il livello degli insulti. La nomina la colse di sorpresa. Il capo dello Stato la conosceva perché dal 1990, Liliana Segre, spezzando il riserbo mantenuto fino allora anche con la famiglia sull’atrocità della sua esperienza, ha cominciato ad andare nelle scuole per testimoniare l’orrore che ha vissuto. Da allora ha incontrato molte migliaia di ragazzi. Ma per il grosso degli italiani questa signora milanese era una sconosciuta. Liliana aveva solo 8 anni quando scoprì cosa volesse dire essere ebrea, quando nel 1938 l’abominio delle leggi razziali la espulse da scuola. Subì, come tutti i ragazzini ebrei d’Italia, l’umiliazione e il dolore di essere esclusa. La madre era morta quando Liliana aveva appena un anno, viveva con il padre Alberto in corso Magenta 55, dove oggi c’è una pietra d’inciampo a lui dedicata.
Nel 1943, dopo l’armistizio, quando Milano era sotto l’occupazione nazista, Alberto cercò di scappare in Svizzera con Liliana, 13 anni e due cugini. Furono rimandati indietro dai gendarmi svizzeri, arrestati, chiusi in carcere a Varese, poi a Como, poi a San Vittore a Milano. Nel gennaio 1944, consegnati alle Ss, i Segre furono deportati in Germania in un vagone piombato. Liliana venne internata a Birkenau-Auschwitz, nella sezione femminile che contava 600mila donne. Sul braccio, il numero tatuato che porta ancora: 75190. Il padre resistette tre mesi: morì il 27 aprile del 1944. Liliana invece sopravvisse, lavorando, facendo la fame, superando tre delle terribili ‘selezioni’ del campo e poi nel 1945 la cosiddetta ‘marcia della morte’, quando le Ss in fuga davanti all’avanzata sovietica sgombrarono Auschwitz spingendo verso il nord della Germania, a piedi, 56mila internati – quelli che erano ancora in piedi. A Malchow, Liliana venne liberata il 30 aprile del 1945. Aveva 14 anni e un anno e mezzo di lager alle spalle. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni deportati ad Auschwitz, ne sopravvissero solo 25. Tornò, a Milano, crebbe, si sposò, ha avuto figli e nipoti. Oggi insiste: lei non odia nessuno, perché l’odio è un sentimento degradante. Ma testimonia. ‘Non dimentico’ ha ripetuto più volte: né le poche gentilezze ricevute da quella bambina tremante di freddo e di fame, né le tante offese, né l’assassinio del padre. Né, soprattutto, l’orrore inimmaginabile dello sterminio nazista che alcuni oggi hanno il coraggio di negare o minimizzare.
La senatrice Segre è conosciuta da tutti noi quale testimone vivente di uno degli episodi più drammatici, criminali e anti-umani della storia europea del Novecento e per il suo quotidiano impegno a ribadire l’importanza della conoscenza e della memoria di ciò che è stato. Dalla fine della Seconda guerra mondiale più volte abbiamo detto ‘mai più’, ma poi abbiamo assistito sostanzialmente inermi a tragedie enormi: dal regime di Pinochet in Cile ai voli della morte in Argentina, dal genocidio del Ruanda al conflitto in Medio Oriente, dalla guerra in Siria alla ex Jugoslavia (dove sono state applicate, nel luglio del 1995 a Srebrenica, le stesse modalità di sterminio di massa avvenute ad Auschwitz) fino ad arrivare al dramma dei migranti in merito al quale la stessa Senatrice Segre ha più volte ha ricordato di essere stata anch’essa clandestina e richiedente asilo (che poi le fu negato). Purtroppo anche nel nostro paese intolleranza, odio e indifferenza sono sentimenti sempre più diffusi, le stesse polemiche che hanno accompagnato la proposta della Senatrice di istituire una Commissione parlamentare ‘per il contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo e dell’istigazione all’odio e alla violenza’ hanno suscitato reazioni così pericolose che si è ritenuto necessario assegnarle una scorta. Come ha detto Primo Levi: ‘Ciò che è accaduto, può accadere ancora’. E quindi tutti quanti siamo chiamati, come ci ricorda la Senatrice Segre, a lottare ogni giorno affinché certe tragedie non accadano mai più. L’indifferenza della gente, che oggi come allora rischia di metterci davanti a violazioni dei diritti umani nel silenzio delle nostre comunità, non abbia mai il sopravvento rispetto ad un mondo basato sul rispetto, sul dialogo e sulla pace tra i popoli. Anche Montopoli in Val d’Arno, città italiana, città europea, ha una grande tradizione di accoglienza e di tolleranza, un percorso costante che non si è mai interrotto dalla caduta del fascismo ai giorni nostri dimostrando quella apertura che le ha permesso di rinascere più forte e più libera. Riteniamo che alle persone, alle comunità, alle istituzioni spetti il dovere della testimonianza contro i rigurgiti di discriminazione e odio e di posizionarsi a fianco della Segre ponendo in evidenza parole come rispetto, memoria, esempio”.

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