Strage del Duomo di San Miniato, Cintelli: “Chiostro di San Domenico sede naturale delle celebrazioni”

Lo storico e scrittore plaude al nuovo corso della commemorazione: "Le istituzioni non siano un'aula di tribunale"

Non si placa la discussione intorno alla ricorrenza della strage del Duomo di San Miniato del 22 luglio del 1944, dopo la recente ricorrenza e la polemica della Lega incentrata sulla figura del vescovo Antonio Giubbi. 

“Aspettiamo che qualcuno chieda scusa”, i consiglieri della Lega sulla tomba del vescovo Giubbi

A intervenire sul tema è Enzo Cintelli, autore del libro San Miniato, settant’anni dalla Liberazione del 2014. Lo storico e studioso interviene nel dibattito: “La scelta fatta dall’amministrazione – dice – di celebrare il ricordo nello spazio sotto il chiostro di San Domenico è stata una idea giusta, forse suggerita per avere uno spazio maggiore per le regole dettate dal coronavirus. A mio parere dovrebbe essere la sede naturale, per iniziative di quel tipo, essendo lo spazio vicino al museo della memoria, e alla biblioteca comunale”.

“Quello che ho avvertito quella mattina e mi preme segnalare – prosegue – è stato che il ricordo dell’evento si è sviluppato in tutti gli interventi in modo nuovo: il valore della pace, contro la guerra, portatrice di lutti, distruzioni, e di immani atrocità. Negli anni passati gli interventi subivano di una pressione psicologica, pesava argomenti strumentali, se la responsabilità della strage era nazista, o americana o il comportamento dei cattivi comunisti responsabili della calunnia al vescovo Giubbi. Dopo gli errori del passato, dove le istituzioni si sono sostituite alla ricerca storica addirittura fissandola con due targhe di supposte verità, quella stagione deve essere superata”.

“Le istituzioni – prosegue Cintelli – possono su tanti episodi favorire il dibattito la libera ricerca, compito degli storici scavare e polemizzare, le istituzioni devono fissare il fatto, consegnarlo alla storia, dedicare strade, piazze, monumenti, un consiglio comunale non può pretendere di essere un aula di tribunale. L’episodio della strage, cosi complesso, si presta a tante interpretazioni, penso, ci sia ancora spazio per scrivere, ed è compito di chi avrà voglia di scavare, ma oggi diamo a tutti di avere la libertà di esprimere la loro opinione sui fatti, qualunque sia, o sostenere o meno una delle quattro ipotesi responsabili della strage. Alle istituzioni il compito di lavorare per unire la gente sui valori tracciati della nostra Costituzione antifascista. La strada, a mio avviso è giusta, la bussola per il futuro, è quello iniziato nella cerimonia del 22 luglio 2020″.

Strage del Duomo, l’abbraccio di San Miniato alle sue vittime

“Dopo la nota della Lega locale – prosegue – vorrei esprimere una ulteriore riflessione. La mia soddisfazione inviata al sindaco era un libero giudizio dopo avere assistito alla cerimonia sotto i chiostri di San Domenico. Intervennero, il presidente del consiglio comunale Vittorio Gasparri, il sindaco Simone Giglioli, il presidente del consiglio regionale Eugenio Giani, il vescovo di San Miniato Andrea Migliavacca. Nella nota della Lega trovo dei concetti senza senso, “con affetto e gratitudine” e aAspettiamo qualcuno chieda scusa” riferito al vescovo Giubbi. Ognuno è libero di scegliere i suoi affetti, e di pregare la religione che crede, ma gli argomenti sollevati dalla Lega non hanno fondamento. Sono cose consumate dal tempo, le problematiche sulla strage sono complesse e non si prestano ad opportunismi di carattere politico”.

“Prendo dal libro del professor Dilvo Lotti del 1980 – commenta ancora e conclude – un passo ironico ed intelligente sul vescovo Giubbi: “Il generale sanminiatese Paolo Maioli (morto il 20 agosto 1918 colpito da schegge durante  una esplorazione sul fronte di guerra di Monte Maggio, ndr) di ritorno da una rischiosa ispezione  in prima linea, decide far fermare la macchina, sembra per una banale, fisica necessità, in realtà gli è destinata la scheggia di una erratica granata tedesca che l’uccide. Monsignor Ugo Giubbi, non in Duomo (perchè se avesse celebrato in cattedrale, al posto di Monsignor Guido Rossi, autocandidatosi, tutto si sarebbe risolto più semplicemente: una superficiale ferita alla testa lo avrebbe salvato), egli doveva essere il 56esimo o il sessantunesimo martire quotidianamente in giudizio”. Grazie Dilvo”.

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