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Da San Miniato a Rio, Matteo Stefanini: ‘Per Roffia si deve fare di più’ foto

La prossima olimpiade, tra 4 anni, per Matteo Stefanini di San Miniato che vive a Pontedera sarebbe la quarta. Ma potrebbe essere la prima alla quale partecipa con la mamma Manola, che è un arbitro internazionale ed è stata campionessa italiana. Senza sport non possono stare e stare insieme all’ombra dei cinque cerchi sarebbe il sogno che si completa. Anche se Matteo, 32 anni, 20 dei quali trascorsi in acqua, si meriterebbe di più un posto al sole. “Non sono mai stato fortunato. Essere a Rio è una grossa soddisfazione, ma la storia che l’importante è partecipare non è vera: quando sei lì vuoi vincere, specie se sai che puoi farlo. Se no, prima o poi, smetti”.

La fortuna non è stata dalla tua a Rio.
“La fortuna non mi ha mai sorriso molto alle olimpiadi anche se, a 32 anni, ho avuto la fortuna di disputarne già 3. A 20 anni è tutto troppo grande, ma a Pechino, nel 2008, la barca sulla quale gareggiavo ha vinto l’argento. Io, purtroppo, in quell’equipaggio non c’ero perché mi hanno trovato un problema al cuore e mi hanno fermato. Per fortuna si è tutto risolto, ma ho visto quella barca vincere, ho temuto di non poter fare più sport, ho iniziato a guardarmi intorno, a cercare una soluzione alternativa e ho ripreso gli studi. Insomma è stata dura”.
Poi, invece, un’altra occasione…
“Sì. Al Mondiale siamo arrivati sesti con l’8, una delle barche regine, solo che ai giochi olimpici partecipano solo i primi 5 equipaggi. Ci abbiamo riprovato a luglio, a una qualifica riservata alle escluse del mondiale per ripescare due barche: siamo arrivati terzi, a 3 decimi dalla seconda. Siamo tornati a casa, convinti che per questa volta era andata così. Poi, a una settimana da Rio, ci arriva la notizia di una squalifica: dovevamo partire. A quel punto sapevamo che non saremmo andati a Rio da protagonisti: una barca a 8 ha bisogno che ci si alleni insieme sempre, serve affiatamento: noi eravano stati lontani troppo tempo per ottenere un podio, però volevamo esserci e non fare brutte figure. La delusione c’è: ti prepari per 4 anni, la prossima è tra altri 4. Sono anni in cui lavori tanto, dai tanto, ma se i risultati non arrivano, poi un po’ ti demoralizzi.
Comunque, io, di soddisfazioni ne ho avute e ne sto avendo molte da questo sport”. 
Il canottaggio è una passione di famiglia. Come hai iniziato?
“Ho iniziato a fare sport intorno ai 10 anni. Facevo un po’ di basket e un po’ di canottaggio. A Roffia il canottaggio non si faceva ancora. Ma la mia mamma era arbitro di questo sport e insieme a Enzo Ademollo hanno deciso di provare a introdurlo. Ovviamente io sono stato il primo a praticarlo lì, con una barchetta che ci avevano prestato. Non c’era ancora niente, era tutto da costruire, era tutto una sfida”.
Ma hai subito iniziato a vincere.
“Crescevo, imparavo e vincevo. Di certo è per quello che ho continuato ad allenarmi e remare: mi divertivo e nel 2000 sono diventato campione d’Italia. A 16 anni ho partecipato ai mondiali juniores e a 20 alla mia prima olimpiade in singolo tra le barche più difficili, quando ero già stato contattato dalle Fiamme Gialle”.
Per te, com’è stato vivere lontano da casa?
“La vita da nomade in generale è pesante, anche se a volte è piacevole. Io, per esempio, credo di aver passato non più di 4 estati ‘normali’, le altre ero sempre in preparazione. Avevo 16 anni quando sono partito per la scuola federale a Roma, un college dove studi e ti alleni. All’inizio non è stato facile, ma sono cresciuto molto rispetto ai miei coetanei e anche di più rispetto ai ragazzi che vedo in giro, che si esaltano per cose stupide e non riconoscono quelle importanti. Io credo che lo sport potrebbe essere l’arma per salvarci, per promuovere impegno, regole, disciplina, ma le amministrazioni devono investirci di più”.
Pensi a Roffia?
“In parte si. Questa realtà è nata e cresciuta per l’impegno di un singolo e poi di altri che lo hanno seguito, ma questo non basta: serve un programma che sia a lungo termine, che non sia legato a un singolo o a un gruppo, che aiuti i ragazzi a sognare, a guardare lontano. Roffia ha le qualità per essere inserita nei circuiti nazionali e anche oltre. Serve il sostegno delle amministrazioni per questo, serve creare una cultura dello sport, di ogni sport, mostrando i risultati, le cose belle. Non importa quanta fatica c’è dietro, quella si scopre, si affronta e si supera. Bisogna, invece, mostrare che si può andare lontano, che, persino da Roffia, si può arrivare ad Atene, Londra e Rio. Io, a San Miniato, non ci sono quasi mai, ma a volte mi alleno con la Canottieri e mi fa molto piacere stare con i ragazzi”.

Elisa Venturi

 

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